Monte Musinè, le pietre del mistero e le tracce di un passato lontanissimo


di Silvia Tonda

A pochi chilometri da Torino, dove la pianura comincia a lasciare spazio ai primi rilievi della Valle di Susa, il Monte Musinè si innalza con il suo profilo inconfondibile, quasi a custodire una storia che affonda le proprie radici in epoche tanto lontane da confondersi con le origini stesse della presenza umana sul territorio. Una montagna che molti conoscono per le escursioni, per gli splendidi panorami e per le numerose leggende che da sempre la circondano, ma che conserva sulle proprie pendici testimonianze archeologiche capaci di suscitare interrogativi ancora oggi non completamente risolti.

Il mio interesse per questo particolare aspetto del Musiné è nato quasi casualmente, durante una piacevole passeggiata in compagnia di alcuni amici appassionati di storia antica, archeologia e tradizioni locali, persone con le quali condivido il piacere di scoprire luoghi che, dietro un'apparente normalità, nascondono vicende e curiosità spesso sconosciute anche a chi vive nelle immediate vicinanze.

Camminando lungo i sentieri, tra affioramenti rocciosi, vegetazione e scorci panoramici sulla valle, la conversazione si è progressivamente spostata sulle misteriose incisioni che caratterizzano alcune rocce della montagna e, in particolare, sulle cosiddette coppelle, piccole cavità generalmente arrotondate, ricavate nella superficie della pietra e presenti in numerosi siti archeologici europei.

È stato proprio questo argomento a incuriosirmi maggiormente, perché dietro quelle semplici depressioni, apparentemente prive di particolare significato per un osservatore distratto, potrebbe nascondersi un rapporto molto antico tra l'uomo, la natura e una dimensione simbolica della quale oggi riusciamo soltanto a intuire alcuni aspetti.

Sulle pendici del Musinè, in particolare nella zona conosciuta come Indiritto, sono segnalati affioramenti rocciosi con numerose coppelle, talvolta disposte in gruppi e in alcuni casi accompagnate da piccoli canaletti incisi nella pietra. Alcuni rilievi pubblicati descrivono rocce con diverse decine di cavità, un insieme certamente interessante per chi si occupa di arte rupestre e di frequentazione antica del territorio, anche se la loro datazione e la loro interpretazione richiedono prudenza.

Il Musinè, del resto, è una montagna particolare anche dal punto di vista geologico, perché la sua struttura è caratterizzata dalla presenza di rocce provenienti da profondità terrestri molto elevate, tra le quali le peridotiti e la lherzolite, materiali che contribuiscono a conferirgli caratteristiche differenti rispetto a quelle di molte altre montagne piemontesi.

Ma ciò che rende ancora più affascinante l'osservazione delle coppelle è il loro possibile significato, dal momento che incisioni simili sono state rinvenute in numerose regioni europee e sono state variamente interpretate come espressioni rituali, segni simbolici, elementi legati al culto delle acque oppure rappresentazioni di una geografia celeste che le popolazioni antiche potrebbero aver osservato con particolare attenzione.

Naturalmente non tutte queste interpretazioni hanno lo stesso fondamento scientifico e, soprattutto, non possiamo affermare con certezza che le coppelle del Musinè avessero una funzione religiosa o astronomica, ma proprio l'assenza di risposte definitive contribuisce a mantenere vivo l'interesse verso queste testimonianze.

Durante la nostra passeggiata mi sono chiesta quanto lontano si potesse risalire nel tempo seguendo idealmente le tracce della presenza umana in questi luoghi, fino ad arrivare a un'epoca immensamente precedente alle culture dell'Età del Bronzo e del Ferro, quando l'Europa era abitata anche dall'uomo di Neanderthal.

È un collegamento che merita qualche riflessione, perché le comunità neandertaliane hanno frequentato per lunghissimi periodi territori dell'Europa meridionale, compresa l'Italia nordoccidentale, vivendo in ambienti naturali molto diversi da quelli che conosciamo oggi e sviluppando capacità tecniche, forme di organizzazione sociale e comportamenti che la ricerca archeologica continua a studiare.

Non esistono elementi scientifici che consentano di attribuire ai Neanderthal le coppelle del Musinè, né sarebbe corretto immaginare una continuità dimostrata tra quelle antichissime popolazioni e gli autori delle incisioni rupestri, ma pensare che il territorio piemontese abbia conosciuto presenze umane tanto remote invita comunque a osservare queste montagne da una prospettiva completamente diversa.

Molto prima dei villaggi, delle strade romane, dei castelli medievali e dei paesi che oggi punteggiano la Valle di Susa, altri esseri umani attraversavano territori selvaggi, seguivano gli animali, cercavano ripari e imparavano a riconoscere le risorse offerte dall'ambiente, costruendo un rapporto con il paesaggio del quale rimangono soltanto frammentarie testimonianze.

Il mondo di Neanderthal rappresenta dunque uno sfondo preistorico suggestivo per comprendere quanto sia antica la frequentazione umana dell'Italia nordoccidentale, mentre le coppelle ci conducono verso altre fasi della preistoria e della protostoria, nelle quali il gesto di incidere la pietra potrebbe aver assunto significati che oggi non siamo più in grado di ricostruire completamente.

E il Musinè non è certamente un caso isolato, perché lungo la Valle di Susa esistono altre testimonianze di incisioni rupestri, tra le quali quelle segnalate nell'area di San Giorio di Susa e di Chianocco, località che meritano di essere considerate nell'ambito di una più ampia ricerca sulle antiche tracce lasciate dall'uomo sulle rocce della valle.

Questi luoghi, pur presentando caratteristiche differenti e problemi interpretativi propri, suggeriscono quanto possa essere interessante costruire un percorso di conoscenza che colleghi le testimonianze archeologiche al territorio, alla sua geologia, alle antiche vie di comunicazione e alle tradizioni tramandate attraverso i secoli.

Non bisogna dimenticare, inoltre, che il Musinè occupa da molto tempo un posto particolare nell'immaginario popolare, con racconti che spaziano dalle presunte energie misteriose alle apparizioni inspiegabili, dalle leggende legate ad antichi culti fino alle interpretazioni esoteriche che hanno contribuito a costruire la fama di una montagna diversa da tutte le altre.

Sono narrazioni che appartengono al folklore e che non devono essere confuse con le evidenze archeologiche, ma che costituiscono comunque un interessante patrimonio culturale, perché raccontano il modo in cui generazioni differenti hanno cercato di attribuire un significato a ciò che non riuscivano a comprendere.

Quella che doveva essere una semplice passeggiata si è così trasformata in un'occasione di approfondimento che ho deciso di sviluppare anche attraverso il linguaggio delle immagini, coinvolgendo la troupe di Seven Live TV nella realizzazione di un servizio video dedicato al Monte Musinè, alle sue incisioni rupestri e alle curiosità storiche e archeologiche che caratterizzano questa parte della Valle di Susa.

Il lavoro, che contiamo di completare nel giro di un paio di settimane, ci permetterà di tornare sul territorio con uno sguardo più attento, documentando alcuni degli aspetti più interessanti della montagna e cercando, per quanto possibile, di distinguere le testimonianze storiche dalle interpretazioni popolari e dalle leggende che le accompagnano.

Sarà anche l'occasione per approfondire il rapporto tra il Musinè e gli altri siti di incisioni rupestri della valle, nella convinzione che conoscere meglio queste testimonianze significhi non soltanto soddisfare una curiosità, ma contribuire a valorizzare un patrimonio culturale e paesaggistico che merita attenzione e rispetto.

Perché, al di là delle ipotesi e dei racconti più fantasiosi, ciò che continua ad affascinarmi è immaginare il gesto di un essere umano che, in un passato lontanissimo, si è fermato davanti a una roccia e ha deciso di lasciare un segno sulla sua superficie, senza sapere che, migliaia di anni più tardi, qualcun altro si sarebbe chinato su quella stessa pietra cercando di comprenderne il significato.

E forse è proprio questo il mistero più autentico del Musinè: non tanto quello delle energie invisibili o delle leggende che lo circondano, quanto la possibilità di ritrovare, attraverso semplici segni incisi nella roccia, una traccia del pensiero e della sensibilità di uomini vissuti in un mondo profondamente diverso dal nostro.