Elba, nel cuore dell’Arcipelago Toscano
di Silvia Tonda
Ci sono viaggi che si programmano con l’intenzione di vedere il maggior numero possibile di luoghi e altri che, quasi naturalmente, suggeriscono invece di rallentare, di scegliere e di concedere più tempo a ciò che si ha davanti. I quattro giorni che ho trascorso all’Isola d’Elba insieme al fotografo e al cameraman di Seven Live TV, impegnati nella realizzazione di un servizio che potrete vedere prossimamente sulla nostra web TV una volta terminato il lavoro di post produzione, sono appartenuti decisamente alla seconda categoria.
L’Elba è la più grande delle sette isole principali dell’Arcipelago Toscano, del quale fanno parte anche Giglio, Capraia, Montecristo, Pianosa, Giannutri e Gorgona, oltre naturalmente a numerosi isolotti e scogli che emergono da questo tratto di Mediterraneo. È un piccolo universo nel quale ogni isola possiede una propria identità e, in alcuni casi, anche regole di accesso particolarmente attente alla conservazione di ambienti naturali delicatissimi. Montecristo, Pianosa e Gorgona, soprattutto, sono sottoposte a forme diverse di contingentamento e regolamentazione delle visite, mentre anche a Giannutri alcune aree sono accessibili soltanto accompagnati dalle guide.
Mi sarebbe piaciuto conoscerle, ma il tempo a nostra disposizione era poco e organizzare escursioni sulle altre isole avrebbe richiesto una programmazione difficilmente compatibile con il lavoro della troupe, soprattutto in un periodo nel quale le necessarie politiche di tutela ambientale rendono la visita di alcune di esse più laboriosa. Già prima della partenza avevamo quindi deciso di non inseguire troppe mete e di dedicare interamente i nostri quattro giorni all’Elba. A posteriori credo sia stata la scelta giusta, perché persino quattro giorni si sono rivelati pochi per un’isola capace di cambiare volto nel giro di pochi chilometri.
Avevamo inoltre una piccola fortuna dalla nostra parte. Grazie a un’amicizia di vecchia data, per due giorni abbiamo potuto disporre di un gozzo dislocante di circa sette metri, costruito proprio all’Elba e affidato alle mani certamente più esperte delle nostre, quelle del suo proprietario, marinaio e profondo conoscitore di queste coste. Il nostro “capitano” ci ha portati in giro con la tranquillità di chi conosce ogni promontorio, ogni insenatura e probabilmente anche molti dei capricci del mare elbano.
Il gozzo, con il suo rassicurante motore diesel, certamente parco nei consumi e altrettanto certamente lontano da qualsiasi velleità da offshore, si è rivelato uno dei protagonisti più piacevoli del viaggio. Navigare lentamente ha infatti qualcosa di profondamente diverso dal correre sul mare perché non si attraversa semplicemente un paesaggio, ma si ha il tempo di osservarlo, di vedere cambiare il colore dell’acqua, di scoprire una piccola cala che da terra forse non avremmo mai raggiunto, di seguire con gli occhi la linea delle rocce e di accorgersi di quanto rapidamente la vegetazione possa cambiare aspetto. Anche per chi, come noi, era lì per lavorare con fotografie e riprese video, quella lentezza è diventata un privilegio e ci ha permesso di osservare l’isola da un punto di vista che dalla terraferma sarebbe stato impossibile avere.
Tra i tratti che più mi sono rimasti impressi c’è sicuramente la costa occidentale che da Pomonte sale verso Capo Sant’Andrea. Qui l’Elba sembra progressivamente liberarsi della propria immagine più turistica per mostrare un carattere selvaggio, severo e a tratti persino inquietante. Roccia, macchia mediterranea e mare si rincorrono lungo una costa che, osservata da una piccola imbarcazione, appare ancora più imponente, mentre alle spalle domina il massiccio del Monte Capanne. È un paesaggio che non ha bisogno di essere addolcito e che proprio nella sua asprezza conserva una parte importante del fascino dell’isola.
Poco dopo, quasi per contrasto, Marciana Marina ci è apparsa con quella sua eleganza discreta che non ha bisogno di ostentazioni. Il lungomare, le piazze che sembrano piccoli salotti affacciati sul mare, le case curate e il porto raccontano una località che ha saputo diventare una meta turistica prestigiosa senza rinunciare alla propria storia e all’atmosfera di antico borgo marinaro. È una di quelle località nelle quali si percepisce ancora un modo di vivere il mare fatto anche di passeggiate, conversazioni e tempo trascorso semplicemente a guardare le barche entrare e uscire dal porto.
E poi la Biodola, con il suo golfo ampio e luminoso, la spiaggia chiara, il verde che scende quasi fino al mare e quella sensazione di villeggiatura elegante che accompagna questo angolo dell’Elba da molti decenni. I suoi alberghi affacciati sul golfo, alcuni dei quali appartengono ormai alla storia del turismo elbano, contribuiscono ancora oggi a creare un’atmosfera particolare, fatta di una raffinatezza mai eccessiva e del fascino un po’ senza tempo delle grandi vacanze al mare.
Abbiamo volutamente lasciato ai margini del nostro itinerario località splendide e molto conosciute come Portoferraio e Porto Azzurro, non certo perché non meritassero una visita, ma perché volevamo cercare anche un’Elba un po’ meno raccontata e soprattutto sfruttare al meglio la possibilità che avevamo di osservarla dal mare. Così abbiamo fatto rotta verso Cavo, all’estremità nordorientale dell’isola, quasi di fronte alla costa toscana.
Avvicinandoci sono rimasta particolarmente colpita dai colori delle rocce e dell’acqua nella zona di Cala Mandriola e dalla presenza, poco distante dalla costa, dell’Isola dei Topi, un piccolo isolotto che sembra essere stato messo lì appositamente per completare il paesaggio. Cavo conserva dimensioni e ritmi diversi da quelli dei centri elbani maggiormente frequentati e, pur essendo naturalmente una località turistica, mantiene ancora il carattere di un piccolo paese di mare dove il turismo di massa sembra aver lasciato un’impronta meno evidente.
Qui ci siamo concessi una lunga sosta e un piacevolissimo pranzo al ristorante Mokambo, prima di tornare al nostro gozzo perché il programma della giornata prevedeva ancora due incontri che aspettavo con particolare curiosità: Palmaiola e Cerboli.
Sono due piccoli frammenti di terra nel Canale di Piombino, rocciosi, disabitati e apparentemente immobili nel tempo. Palmaiola ha un aspetto aspro e sulla sua sommità si trova il faro che domina questo tratto di mare, mentre l’isolotto rappresenta anche un importante luogo di nidificazione per numerosi uccelli marini. Osservata dal nostro piccolo gozzo, con il mare tutto intorno e la costa ormai distante, dà veramente l’impressione di appartenere a un mondo diverso da quello che avevamo lasciato soltanto poche ore prima.
Cerboli mi ha affascinata ancora di più. Vista dal mare è una piccola massa rocciosa apparentemente solitaria, quasi immobile nel Canale di Piombino, e forse proprio questo suo aspetto severo e appartato ha contribuito nel tempo a far nascere e tramandare racconti che ancora oggi appartengono alla memoria della gente di mare.
La sua storia è peraltro sorprendentemente ricca per un lembo di terra così piccolo. Già nel Medioevo l’isola ebbe un ruolo nella sorveglianza di questo tratto di mare e ancora oggi la vecchia torre contribuisce a renderne inconfondibile il profilo. Nel Novecento l’attività estrattiva ha modificato una parte dell’isola, ma Cerboli conserva un aspetto selvaggio e quasi inaccessibile, con la vegetazione mediterranea aggrappata alle rocce e un ambiente naturale che sembra voler mantenere le distanze dall’uomo.
Da queste parti si racconta inoltre che i fondali intorno a Cerboli siano da sempre territorio dei “lupacanti”, termine con il quale nella tradizione toscana viene indicato l’astice mediterraneo. Non saprei dire quanto questa fama corrisponda ancora oggi alla realtà, ma ascoltare questi racconti mentre si naviga lentamente accanto alle rocce dell’isolotto contribuisce certamente al suo fascino.
E non è l’unica storia che il mare sembra custodire da queste parti. Secondo racconti locali, nei fondali del Canale di Piombino riposerebbero anche i resti di antiche navi romane, forse sorprese dalle tempeste durante la navigazione tra la costa e le isole dell’Arcipelago. Non ho elementi per trasformare queste storie tramandate nel tempo in certezze archeologiche e preferisco quindi lasciarle esattamente dove le ho incontrate, tra le parole e i ricordi di chi questo mare lo conosce e lo frequenta da sempre.
Del resto è facile comprendere come un luogo simile abbia alimentato racconti e suggestioni. Quando si procede lentamente su un piccolo gozzo, con Cerboli alle spalle, Palmaiola poco distante e la costa toscana all’orizzonte, viene spontaneo pensare a quante imbarcazioni abbiano attraversato quelle stesse acque nei secoli e a quante storie il mare possa ancora conservare sotto la sua superficie.
La natura, però, ci ha regalato qualcosa di assolutamente reale quando, proprio nelle acque vicine a Cerboli, sono comparsi i delfini. È uno di quegli incontri che interrompono immediatamente qualsiasi conversazione a bordo e fanno dimenticare per qualche minuto telecamere, fotografie e programmi. Li abbiamo osservati muoversi nell’acqua mentre il nostro piccolo gozzo continuava la sua lenta navigazione e credo che nessuna scena preparata avrebbe potuto concludere meglio quella giornata.
Il mattino successivo abbiamo salutato il nostro capitano e abbandonato il mare per conoscere l’Elba da un’altra prospettiva, iniziando dal Volterraio. La fortezza emerge dalla roccia a circa 400 metri di quota e domina una parte straordinaria dell’isola. Le sue origini sono molto antiche e la struttura fortificata venne sviluppata in epoca pisana e successivamente rafforzata, diventando per secoli una formidabile sentinella sul mare e un luogo di rifugio. Ancora oggi, guardandola aggrappata alla montagna, è difficile capire dove finisca la roccia e dove comincino le mura, tanto il Volterraio sembra essere nato insieme al rilievo sul quale sorge.
Dal mare dei giorni precedenti siamo quindi passati al punto più alto dell’Elba, il Monte Capanne, che con i suoi 1.000 metri rappresenta anche la cima più elevata dell’intero Arcipelago Toscano. Per salire abbiamo scelto quella che tutti continuano affettuosamente a chiamare “cestovia”, una cabinovia decisamente particolare, composta dai caratteristici piccoli cestelli nei quali si viaggia in piedi e che, già da soli, fanno parte dell’esperienza.
La salita permette di osservare il paesaggio trasformarsi lentamente sotto i propri piedi, passando dalla vegetazione mediterranea ai castagni e poi alle grandi formazioni granitiche della parte più alta della montagna. È un’esperienza curiosa e bellissima proprio perché non ci sono vetri a separare il passeggero dall’ambiente circostante, si sente l’aria, si percepisce l’altezza e, salendo, l’Elba sembra progressivamente restringersi mentre il mare occupa sempre più spazio nello sguardo.
Dall’alto, nelle giornate limpide, il panorama si apre sulle altre isole dell’Arcipelago e può spingersi fino alla Corsica, mentre quella stessa costa che nei giorni precedenti avevamo osservato quasi all’altezza dell’acqua assume improvvisamente una forma completamente diversa. Credo che sia stata proprio questa una delle sensazioni più belle del viaggio, avere osservato nel giro di pochi giorni lo stesso territorio da prospettive opposte, prima procedendo lentamente sul mare e poi guardandolo dall’alto del suo monte più importante.
In mezzo ci sono stati piccoli porti, coste selvagge, spiagge, fari, isolotti apparentemente dimenticati dal tempo, una fortezza antica, un piacevole pranzo davanti al mare, racconti di pescatori, l'incontro inatteso con i delfini e soprattutto tante immagini raccolte dal fotografo e dal cameraman che erano con me e che adesso attendono di diventare il nostro servizio per Seven Live TV.
La mattina successiva il traghetto ci ha riportati a Piombino e da lì abbiamo ripreso la strada verso casa. Guardando l’Elba allontanarsi alle nostre spalle ho provato quel piccolo velo di dispiacere che accompagna soltanto i luoghi dai quali si parte con la sensazione di avere ancora qualcosa da vedere.
Quattro giorni sono bastati per raccogliere moltissime immagini e moltissimi bei ricordi, ma certamente non per conoscere fino in fondo quest’isola e il meraviglioso arcipelago del quale fa parte e, forse, è proprio questa la migliore ragione per tornare.
