Gran San Bernardo, dove la strada sfiora il cielo
di Silvia Tonda
Ci sono strade che servono semplicemente per arrivare da qualche parte e altre che, quasi senza accorgersene, diventano parte del viaggio, perché ciò che si incontra lungo il percorso finisce per essere importante quanto la destinazione. La strada che sale al passo del Gran San Bernardo appartiene certamente a questa seconda categoria e, mentre la percorrevo, ho avuto più volte la sensazione che arrivare lassù fosse soltanto una parte dell'esperienza.
Più si sale e più il paesaggio cambia. I paesi rimangono gradualmente alle spalle, i boschi diventano meno fitti, le montagne sembrano avvicinarsi e l'orizzonte si apre su un ambiente sempre più alpino, dove la presenza dell'uomo diventa discreta e lascia spazio alla roccia, ai prati d'alta quota, all'acqua e alle ultime tracce di neve. È una salita che invita naturalmente a rallentare, non soltanto per le curve e i tornanti, ma perché continuamente si ha voglia di guardare fuori dal finestrino, fermarsi, fare una fotografia o semplicemente osservare.
Prima di affrontare la parte più alta della salita si incontra Étroubles, piccolo borgo valdostano che sembra essere rimasto profondamente legato alla storia di questa antica via attraverso le Alpi. Le case in pietra e legno, le stradine, le fontane e l'atmosfera raccolta ricordano quanto questi paesi abbiano vissuto per secoli insieme alla strada e ai viaggiatori che la percorrevano. Anche Napoleone passò da qui nel maggio del 1800, durante la celebre traversata del Gran San Bernardo con il suo esercito, e sapere che quelle stesse montagne sono state testimoni di avvenimenti entrati nei libri di storia rende il viaggio ancora più affascinante. Étroubles merita una sosta proprio perché non ha bisogno di grandi monumenti o attrazioni spettacolari per farsi ricordare: è sufficiente passeggiare tra le sue case per ritrovare qualcosa della dimensione più autentica dei piccoli centri alpini.
Lasciato il paese, la strada riprende a salire e diventa progressivamente più panoramica, accompagnando verso un ambiente completamente diverso. Il passo del Gran San Bernardo si trova a circa 2.500 metri di altitudine e mette in comunicazione la Valle d'Aosta con il Canton Vallese, in Svizzera. Oggi possiamo raggiungerlo comodamente durante i mesi nei quali la strada è aperta, ma per migliaia di anni questo valico ha rappresentato una delle grandi porte attraverso le Alpi e attraversarlo significava affrontare un viaggio che poteva essere difficile e, soprattutto durante la stagione fredda, anche pericoloso.
La sua storia è infatti antichissima. Già in epoca romana il passo costituiva un'importante via di comunicazione tra la penisola italiana e l'Europa centrale ed era conosciuto come Mons Iovis, il Monte di Giove, dal nome della divinità alla quale era dedicato un tempio presente nei pressi del valico. Nel corso dei secoli sono passati da queste montagne soldati, mercanti, pellegrini e viaggiatori, ciascuno con una destinazione e probabilmente con una storia diversa. Quando ci si trova realmente lassù, guardando la conformazione del territorio e immaginando quelle montagne coperte dalla neve, è inevitabile chiedersi cosa dovesse significare affrontarle prima dell'esistenza delle strade moderne.
Tra gli episodi più celebri rimane naturalmente il passaggio di Napoleone Bonaparte, che nel maggio del 1800 attraversò il Gran San Bernardo con il suo esercito diretto verso l'Italia. È un avvenimento che tutti possiamo leggere in un libro di storia, ma trovarsi sul posto cambia inevitabilmente la prospettiva, perché basta guardare le montagne circostanti per comprendere quanto dovesse essere complesso spostare attraverso quei luoghi migliaia di uomini, cavalli, carri e artiglieria.
La figura che più profondamente appartiene alla storia del colle rimane però quella di San Bernardo di Aosta, che nell'XI secolo fondò sul passo un ospizio destinato ad accogliere e proteggere chi attraversava le Alpi. In un ambiente nel quale una nevicata, il vento o un improvviso peggioramento del tempo potevano mettere seriamente in pericolo la vita dei viaggiatori, trovare un luogo nel quale essere accolti significava molto più che avere semplicemente un riparo. Proprio a questa tradizione è legato anche il cane San Bernardo, allevato per secoli dai religiosi dell'ospizio e diventato nel tempo uno dei simboli più conosciuti del soccorso alpino.
Quando finalmente si raggiunge il colle, tuttavia, tutte queste informazioni storiche sembrano per qualche momento lasciare spazio alle sensazioni. Il piccolo lago del Gran San Bernardo, raccolto tra le montagne proprio in prossimità del valico, appare quasi incastonato tra le rocce, mentre sulle quote più elevate rimangono chiazze di neve e, in lontananza, il paesaggio conduce verso montagne sempre più importanti. Siamo nelle Alpi Pennine, in un territorio dominato da valloni, cime elevate e ghiacciai, con il Mont Vélanpoco distante e, più oltre, l'imponente massiccio del Grand Combin, che supera i quattromila metri e conserva ancora importanti apparati glaciali.
Quello che mi ha colpita maggiormente è stato il carattere del paesaggio, perché non dà l'impressione di trovarsi in una montagna costruita intorno al turismo. Non ci sono elementi che cerchino continuamente di attirare l'attenzione del visitatore: è la montagna stessa a farlo, attraverso il vento, la luce che cambia sulle rocce, le nuvole che attraversano rapidamente le creste e quel lago che sembra raccogliere nel proprio silenzio tutto ciò che lo circonda. Anche in estate, quando più in basso il clima può essere caldo, lassù l'aria ricorda immediatamente che ci troviamo quasi a duemilacinquecento metri e che la montagna conserva le proprie regole.
Tra le immagini che più mi sono rimaste impresse c'è quella della grande statua di San Bernardo, collocata sulla montagna e visibile nel paesaggio del colle. Osservata da lontano sembra quasi continuare a vegliare sui viaggiatori e, al di là del significato religioso, mi è sembrata soprattutto il simbolo di una presenza che attraversa i secoli. In quel punto è facile pensare alle migliaia di persone che sono passate prima di noi e a quanto diverso dovesse essere il loro rapporto con queste montagne, quando attraversare il colle non era un'escursione o una giornata di viaggio, ma poteva rappresentare una vera prova.
Anche il confine tra Italia e Svizzera, una volta arrivati lassù, assume una dimensione particolare. Naturalmente esiste, ma nel paesaggio quasi scompare, perché le montagne continuano senza preoccuparsi delle frontiere e la stessa successione di rocce, valloni, acqua e prati accompagna il viaggiatore dall'una all'altra parte del passo. Scendendo sul versante svizzero si entra nel Canton Vallese e si incontra Bourg-Saint-Pierre, antico villaggio alpino profondamente legato alla storia del valico; proseguendo lungo la valle si raggiungono Liddes e Orsières e, continuando ancora, Martigny, importante centro del Vallese situato nella valle del Rodano.
Mi è piaciuto proprio questo passaggio quasi naturale da un Paese all'altro, perché al Gran San Bernardo ci si sente prima di tutto dentro le Alpi. Le frontiere appartengono alla storia degli uomini, mentre la montagna sembra raccontare una geografia molto più antica, nella quale le valli sono state contemporaneamente barriere e vie di comunicazione, separando popolazioni ma permettendo anche per secoli l'incontro tra culture, commerci e persone.
Forse è stata proprio questa la sensazione più forte che ho portato con me tornando verso valle. Non quella di avere semplicemente raggiunto un passo a 2.500 metri e nemmeno quella di essere stata per qualche ora sul confine tra Italia e Svizzera, ma piuttosto di avere attraversato un luogo nel quale paesaggio e storia sono ancora profondamente legati. Sapere che sulle stesse montagne hanno camminato pellegrini e mercanti, che eserciti le hanno attraversate, che per secoli qualcuno ha trovato rifugio nell'ospizio e che ancora oggi una strada segue sostanzialmente quella naturale apertura tra le montagne cambia il modo di osservare ciò che si ha davanti.
A un certo punto ho anche smesso di fotografare, cosa che durante un viaggio non mi viene sempre naturale, perché mi sono resa conto che continuare a cercare l'inquadratura migliore rischiava di farmi perdere qualcosa di più semplice. Ho preferito guardare il lago, seguire con gli occhi le montagne e le tracce di neve, osservare la statua del Santo e quella strada che, dopo essere arrivata fin lassù, continuava dall'altra parte scendendo verso la Svizzera.
È probabilmente questa l'immagine che conserverò del Gran San Bernardo: non soltanto un panorama, per quanto bellissimo, ma una strada che sale lentamente verso il cielo e attraversa un luogo nel quale per qualche momento si riesce ancora a percepire quanto siano grandi le montagne e quanto siano piccole, al confronto, le distanze e le frontiere che noi uomini abbiamo disegnato tra loro.
Nelle prossime settimane, sul Canale1 di Seven Live WEB TV sarà disponibile un video servizio sul Gran San Bernardo.
