La Grave – La montagna da vivere, non da mostrare

di Silvia Tonda

Ci sono luoghi che si visitano e altri che, senza sapere bene perché, ci fanno rallentare.

La Grave, nelle Alpi francesi, per me è stato uno di questi.

Ci sono arrivata in estate, quindi senza quell'immagine invernale che ha reso questo piccolo paese delle Hautes-Alpes quasi leggendario tra gli appassionati di sci e freeride. Niente sciatori, niente grandi distese di neve fino a valle. Eppure è bastato poco per capire che qui esiste un modo particolare di intendere la montagna.

La prima cosa che mi ha colpita sono state le persone. Camminatori con gli scarponi e lo zaino, escursionisti che controllavano il percorso prima di partire, fotografi che si fermavano a lungo davanti alla Meije e ragazzi con biciclette da downhill ed enduro che aspettavano di salire con la funivia. Ognuno sembrava avere qualcosa da fare. E quasi nessuno sembrava essere lì soltanto per poter dire: «Io sono stato qui». È una differenza sottile, ma si percepisce.

Viviamo in un tempo nel quale spesso arriviamo davanti a qualcosa di bello e il primo gesto è prendere il telefono. Fotografiamo un panorama ancora prima di averlo guardato davvero. A volte sembra quasi che ciò che non viene pubblicato non sia mai accaduto. A La Grave ho avuto la sensazione opposta. Naturalmente si fanno fotografie. Le ho fatte anch'io. Sarebbe difficile non farle davanti alla Meije, al ghiacciaio e a un panorama di queste dimensioni.

Ma la fotografia sembra arrivare dopo lo sguardo.

E forse è proprio questo che mi è piaciuto. Un paese davanti a una montagna … La Grave si trova a circa 1.450 metri di altitudine nella valle della Romanche, lungo la strada che attraversa il Col du Lautaretcollegando idealmente Grenoble e Briançon.Sopra il paese domina la Meije, 3.983 metri. Non è soltanto una bella montagna. È una presenza.

Per secoli queste valli sono state luoghi di passaggio, agricoltura e allevamento; poi, dall'Ottocento, la Meijee il massiccio degli Écrins sono diventati parte importante della storia dell'alpinismo. La montagna che oggi osserviamo comodamente da una terrazza era allora un territorio misterioso, difficile, da esplorare con mezzi che oggi ci sembrerebbero incredibilmente rudimentali. Il turismo moderno sarebbe arrivato molto più tardi.

Negli anni Settanta La Grave decise di puntare sulla montagna senza però trasformarsi completamente in una stazione sciistica tradizionale. Nel 1976 entrò in funzione il primo troncone della funivia dei ghiacciai della Meije; l'anno successivo il secondo raggiunse il ghiacciaio della Girose, a circa 3.200 metri. Quella scelta avrebbe determinato il carattere di La Grave fino ai nostri giorni. Salire senza conquistare … la funivia parte praticamente dal paese. Si entra nelle piccole cabine e lentamente, con una salita vertiginosa [anche per il vuoto che si attraversa], il paesaggio cambia.

La Grave rimane sotto, poi cambiano la vegetazione, i colori, la consistenza stessa della montagna.

A 2.400 metri, Peyrou d'Amont rappresenta una sorta di passaggio tra due mondi. Da qui partono escursioni, percorsi verso il lago del Puy Vachier e il rifugio Chancel, itinerari alpinistici e discese in mountain bike. Proseguendo si arriva al Col des Ruillans, a circa 3.200 metri, davanti al ghiacciaio della Girose. In pochi minuti si percorre verticalmente quello che a piedi richiederebbe ore. Eppure non ho avuto l'impressione di "conquistare" la montagna.

Salendo scompaiono gli alberi. Rimangono roccia, cielo, vento, neve e ghiaccio. E soprattutto rimangono le distanze, quelle vere … non quelle che allarghiamo con due dita sullo schermo di un telefono.

Durante la mia giornata a La Grave mi hanno incuriosita i ragazzi con le biciclette Ragazzi con caschi integrali, protezioni, guanti e biciclette che sembravano costruite per sopportare qualsiasi cosa.

Li vedevo salire tranquilli con gli altri passeggeri della funivia e poco dopo scomparire lungo la montagna.

Ho scoperto che La Grave è conosciuta anche per il downhill, l'enduro e il freeride in mountain bike.

Ma anche qui c'è una particolarità … non siamo davanti al classico bike park nel quale il terreno viene modellato per creare curve, salti e percorsi artificiali … gli interventi sono volutamente ridotti al minimo.

I percorsi sono veri sentieri di montagna: pietre, terreno sconnesso, passaggi tecnici, sezioni veloci e bosco. Le discese possono raggiungere circa 1.800 metri di dislivello. La celebre King Stone Road, per esempio, parte nei pressi del ghiacciaio e attraversa ambienti completamente differenti prima di arrivare molto più in basso.

Guardandoli partire ho pensato che anche questa fosse, a modo suo, una forma di rapporto con la montagna.

C'è sicuramente l'adrenalina ma c’è anche il divertimento. E’ un divertimento che richiede attenzione, tecnica, fatica e anche una certa dose di rispetto. Qui non si preme un pulsante per ricominciare la partita. Sesbagli una traiettoria, la pietra è vera. Forse è anche per questo che sui volti di quei ragazzi ho visto entusiasmo, ma soprattutto concentrazione.

La stessa filosofia d'inverno Soltanto dopo aver visto La Grave in estate ho compreso meglio la sua fama invernale.

La filosofia è praticamente la stessa. La funivia porta gli sciatori in quota, ma poi non offre la rassicurante successione di piste blu, rosse e nere che conosciamo nelle normali stazioni sciistiche.

La Grave è famosa proprio perché gran parte dell'esperienza è fuoripista e freeride in ambiente di alta montagna.

La montagna non viene preparata per lo sciatore. È lo sciatore che deve essere preparato per la montagna.

Neve non battuta, valloni, ghiacciaio, boschi, condizioni che possono cambiare, rischio valanghe e, nelle zone glaciali, crepacci.

La società che gestisce gli impianti lo specifica chiaramente: al di fuori delle aree delimitate e messe in sicurezza si entra in ambiente di alta montagna e ci si muove sotto la propria responsabilità. È probabilmente questa libertà, accompagnata necessariamente dalla responsabilità, che ha reso La Grave conosciuta dagli sciatori di tutto il mondo.

Avevo naturalmente visto ghiacciai altre volte e ne avevo viste centinaia di immagini … ma un ghiacciaio osservato da vicino è un'altra cosa. Perché ha dimensioni che una fotografia non riesce a raccontare.

Ci sono il colore del ghiaccio, il rumore del vento, la temperatura che cambia, le fratture, la neve e soprattutto quella sensazione difficile da spiegare di trovarsi davanti a qualcosa di molto più antico di noi.

A 3.200 metri è possibile avvicinarsi all'ambiente glaciale e partecipare, accompagnati dalle guide alpine e con l'attrezzatura necessaria, a passeggiate sul ghiacciaio. Avventurarsi autonomamente sul ghiaccio sarebbe invece pericoloso proprio per la presenza dei crepacci.

La funivia rende l'alta montagna accessibile a moltissime persone… ma accessibile non significa addomesticata.

Entrare dentro il ghiaccio

C'è poi un'esperienza ancora più particolare: la Grotte de Glace, la grotta di ghiaccio. Si entra letteralmente all'interno del ghiacciaio. Fuori dominano il bianco e la luce fortissima dell'alta quota; dentro cambiano i colori. Il ghiaccio assume tonalità azzurre, la luce filtra diversamente e le forme scolpite trasformano il percorso in una specie di museo effimero. Mi piace definirlo così: un museo che non può fingere che il tempo non esista. Perché un museo normale conserva mentre il ghiacciaio cambia. Si muove, si modifica, arretra. La grotta stessa deve adattarsi continuamente a questa trasformazione.

Nell'estate 2026 la grotta è aperta insieme alla funivia e rappresenta una delle possibilità offerte a chi raggiunge i 3.200 metri senza essere necessariamente alpinista. E forse proprio lì si comprende quanto siano strane le nostre proporzioni. Costruiamo tecnologie sofisticatissime, possiamo raggiungere in pochi minuti luoghi che un tempo richiedevano ore di fatica, possiamo comunicare istantaneamente con l'altra parte del mondo. E poi entriamo in un ghiacciaio e torniamo semplicemente piccoli.

Durante la mia giornata ho osservato anche i fotografi. Alcuni avevano attrezzature importanti, teleobiettivi, treppiedi. Aspettavano e questa cosa mi ha colpita. Aspettavano che una nuvola si spostasse, che cambiasse la luce sulla Meije, che il sole illuminasse una parete. In un mondo nel quale siamo abituati ad avere tutto immediatamente, aspettavano una luce, una giusta luce.

Il ricordo che ho portato via da La Grave … è piuttosto una sensazione. Abbiamo a disposizione strumenti straordinari. Possiamo esplorare virtualmente montagne che non abbiamo mai raggiunto, guardare discese spettacolari filmate da una action cam, attraversare un ghiacciaio con immagini a 360 gradi e vedere sullo schermo luoghi che si trovano a migliaia di chilometri da casa. È meraviglioso che tutto questo esista. Ma ilvedere non è necessariamente vivere. Mi sono resa conto che probabilmente è questo il turismo di montagna che preferisco. Non quello della fotografia scattata in fretta per dimostrare agli altri dove siamo stati. Maquello che, quando torniamo a casa, ci lascia qualcosa che non abbiamo bisogno di pubblicare per sapere di averlo vissuto.

Dove, almeno per qualche ora, la realtà riesce ancora ad essere molto più interessante dello schermo sul quale siamo abituati a guardarla.

Nei prossimi giorni, sul Canale Seven Live2 della WEB TV Seven Live TV, sarà messo in onda un servizio video su La Grave.