La Clerionessa di Giaveno: la masca scomparsa tra storia e leggenda
di Silvia Tonda
Nel cuore della Val Sangone, tra antiche borgate, boschi e testimonianze di un passato medievale ancora sorprendentemente presente, si tramandano storie che sembrano sfidare il trascorrere dei secoli, racconti nei quali la realtà si confonde con la fantasia, le paure degli uomini diventano leggende e alcuni luoghi finiscono per custodire misteri che nessuno è mai riuscito a spiegare completamente.
Una di queste storie ha per protagonista una donna di nome Giovanna, conosciuta come la Clerionessa, forse una delle masche più celebri della tradizione popolare giavenese, una figura enigmatica sospesa tra conoscenze delle erbe medicinali, presunte pratiche magiche e accuse di avvelenamento, la cui vicenda è rimasta indissolubilmente legata a un edificio che esiste ancora oggi: la Torre delle Streghe, conosciuta anche come Arco delle Streghe, nella borgata Villa di Giaveno.
Per ritrovare le origini di questa storia dobbiamo tornare alla fine del Duecento, quando Giaveno era un importante centro del territorio legato all'Abbazia di San Michele della Chiusa e le sue borgate erano attraversate da mercanti, contadini e viandanti, in un mondo nel quale le conoscenze scientifiche erano ancora limitate e la vita quotidiana era profondamente influenzata dalla religione, dalle credenze popolari e dal timore di tutto ciò che appariva sconosciuto.
Intorno al 1290, un facoltoso possidente del luogo, Martino Borello, fece costruire nella borgata Villa una casaforte, con l'appoggio di Ugoneto Bertrandi, potente signore di Cumiana. L'edificio sorgeva in una posizione strategica, lungo una via di comunicazione utilizzata per il transito di persone e merci verso la Val Chisola, e parte di quella costruzione è sopravvissuta fino ai nostri giorni, costituendo una delle testimonianze più suggestive della Giaveno medievale.
Secondo la tradizione, proprio al servizio di Martino Borello lavorava Giovanna, una donna che si occupava delle faccende domestiche ma che, a quanto si raccontava, possedeva anche una conoscenza delle erbe e delle loro proprietà decisamente superiore a quella comune, tanto da suscitare negli abitanti della borgata un misto di curiosità, rispetto e diffidenza.
La chiamavano Clerionessa e si diceva che sapesse preparare unguenti, rimedi contro piccoli malanni e particolari intrugli capaci di restituire vigore a chi aveva ormai perduto la forza della giovinezza, mentre qualcuno sosteneva addirittura che fosse esperta nella preparazione dei cosiddetti filtri d'amore, pozioni alle quali veniva attribuito il potere di suscitare passioni e conquistare il cuore della persona desiderata.
Nel mondo rurale di quei secoli non era insolito che alcune donne custodissero conoscenze tramandate oralmente di generazione in generazione, svolgendo attività di guaritrici, levatrici e conoscitrici delle piante e dei rimedi naturali, figure alle quali le comunità contadine si rivolgevano quando non esistevano altre possibilità di cura. Quello stesso sapere, tuttavia, soprattutto quando accompagnato da comportamenti considerati insoliti o difficili da comprendere, poteva trasformarsi in motivo di sospetto, rendendo estremamente sottile il confine tra una donna ritenuta saggia e una donna accusata di praticare la magia.
La parola piemontese masca identificava proprio quelle figure alle quali la tradizione attribuiva poteri misteriosi, talvolta benefici e talvolta malefici, capaci di intervenire sulla salute, sugli affetti e persino sul destino delle persone, alimentando un immaginario popolare nel quale superstizione e realtà finivano spesso per sovrapporsi.
Per la Clerionessa, secondo la leggenda, tutto cambiò nel 1298, quando una vicenda legata alla preparazione di una misteriosa pozione trasformò la sua fama di conoscitrice delle erbe in una pericolosa accusa di avvelenamento.
Una delle versioni più diffuse racconta che un giovane si fosse rivolto a lei per ottenere un filtro d'amore, destinato a conquistare una ragazza della quale era innamorato, ma che la pozione, anziché produrre l'effetto desiderato, avesse provocato una morte terribile. Altre versioni parlano invece di un uomo desideroso di ritrovare la giovinezza perduta, oppure di un infuso somministrato a una vittima attraverso l'intervento di un'altra donna, ma tutte le narrazioni conducono allo stesso punto: Giovanna venne accusata di avvelenamento e le conoscenze che fino ad allora l'avevano resa una figura particolare agli occhi della comunità divennero improvvisamente motivo di paura e condanna.
La vicenda della Clerionessa non è rimasta confinata esclusivamente ai racconti tramandati nelle borgate, perché un riferimento a una Giovanna detta Clerionessa compare anche nella ricostruzione storica di Gaudenzio Claretta, studioso ottocentesco profondamente legato alla storia di Giaveno e dell'Abbazia di San Michele della Chiusa. Nella sua opera Storia diplomatica dell'antica Abbazia di S. Michele della Chiusa, pubblicata nel 1870, viene richiamata una vicenda giudiziaria relativa a una donna accusata di aver preparato un veleno destinato a un'altra persona.
Si tratta di un elemento importante, perché suggerisce l'esistenza di un possibile nucleo storico attorno al quale, con il trascorrere del tempo, si sarebbe sviluppata una narrazione sempre più ricca di particolari fantastici, anche se questo riferimento non è sufficiente, da solo, a confermare tutti gli episodi che la tradizione ha successivamente attribuito alla Clerionessa.
Ed è proprio a questo punto che la storia comincia ad assumere i contorni del mistero, perché secondo una delle narrazioni più conosciute Giovanna venne rinchiusa nelle prigioni del castello, dove rimase per quindici giorni durante i quali avrebbe rifiutato il cibo, nutrendosi soltanto di alcune erbe che era riuscita a conservare con sé.
Una mattina, quando il carceriere aprì la porta della cella, si trovò davanti a una scena che nessuno avrebbe saputo spiegare: la donna era scomparsa senza lasciare alcuna traccia di fuga e, secondo alcune versioni, sul pavimento rimaneva soltanto un piccolo mucchio di cenere o di erbe bruciate, quasi che la misteriosa prigioniera si fosse dissolta nel nulla.
La fantasia popolare non tardò a trovare una spiegazione soprannaturale e ben presto cominciarono a circolare racconti secondo i quali, nelle notti successive alla sua scomparsa, nei pressi dell'antica casaforte si sarebbero manifestati strani fenomeni, con lamenti e grida provenienti dal porticato della torre, come se qualcuno fosse ancora imprigionato tra quelle mura, mentre improvvisi bagliori illuminavano le pietre dell'edificio.
Alcuni raccontavano che quelle manifestazioni si ripetessero ogni quindici giorni, quasi a ricordare il periodo trascorso dalla donna in prigionia, e poiché nessuno sapeva spiegare da dove provenissero quei suoni né chi o che cosa potesse generare quelle luci, la vicenda della Clerionessa finì per trasformarsi definitivamente in una leggenda destinata a sopravvivere nei secoli.
Ancora oggi, attraversando la borgata Villa, è possibile osservare l'Arco delle Streghe, in via Villa, un edificio di proprietà privata visibile dall'esterno, la cui struttura medievale rappresenta una testimonianza concreta di un'epoca lontana, mentre il nome con il quale è conosciuto continua a evocare la presenza della misteriosa Giovanna e a ricordare quanto profondamente certe storie possano radicarsi nella memoria di una comunità.
Ma la vicenda della Clerionessa non costituisce un episodio isolato nel patrimonio di racconti e credenze della Val Sangone, perché basta allontanarsi dalle antiche case di Giaveno e risalire verso le borgate della Maddalena, i sentieri e i boschi che circondano le montagne, per ritrovare quella stessa atmosfera di mistero che per generazioni ha accompagnato la vita delle comunità rurali.
Anche il misterioso Pioppeto della Maddalena, con le sue narrazioni di presenze inquietanti, luci inspiegabili e antiche superstizioni, appartiene idealmente a questo universo di tradizioni popolari e, pur non esistendo elementi che permettano di collegarlo direttamente alla Clerionessa, è facile riconoscere una comune matrice culturale, fatta del bisogno di attribuire un significato a ciò che appariva sconosciuto, minaccioso o semplicemente impossibile da comprendere.
Nei piccoli insediamenti contadini, tra le case in pietra, le stalle, i boschi e i sentieri percorsi soprattutto a piedi, le storie si tramandavano durante le lunghe serate invernali, quando le famiglie si riunivano attorno al fuoco e i racconti degli anziani diventavano parte della memoria collettiva, arricchendosi di particolari a ogni nuova narrazione. Un rumore proveniente dal bosco, una luce osservata nella notte o la presenza di una persona considerata diversa potevano diventare il punto di partenza di vicende misteriose, destinate a essere ricordate e raccontate per generazioni.
La figura della masca appartiene profondamente a questo mondo, nel quale superstizione, religiosità, medicina popolare e conoscenza della natura convivevano in un equilibrio spesso fragile, e dove il timore per ciò che non si riusciva a spiegare poteva trasformare una persona in una presenza inquietante, attribuendole poteri e responsabilità che forse non aveva mai posseduto.
Oggi possiamo guardare alla Clerionessa anche con occhi differenti, interrogandoci su quanto il timore del diverso e la diffidenza verso conoscenze non condivise abbiano contribuito a costruire la sua fama di strega, soprattutto in una società nella quale le donne che possedevano saperi particolari potevano facilmente diventare oggetto di sospetti e accuse.
Non sappiamo con certezza quale sia stato il destino di Giovanna, né quanto delle accuse mosse nei suoi confronti corrispondesse alla realtà, ma sappiamo che il suo nome ha attraversato più di sette secoli e che un antico edificio di Giaveno continua a custodirne il ricordo, mantenendo vivo il legame tra la storia medievale del territorio e quel patrimonio di racconti popolari che ne costituisce una parte preziosa dell'identità.
Forse è proprio questo l'aspetto più affascinante della vicenda, la capacità di una storia nata in un piccolo angolo della Val Sangone di sopravvivere al tempo, trasformandosi in una delle leggende più conosciute del territorio e continuando a suscitare curiosità anche in un'epoca nella quale siamo abituati a cercare spiegazioni razionali per ogni fenomeno.
E quando il vento attraversa l'antico porticato della Torre delle Streghe, facendo risuonare le pietre e insinuandosi tra le vecchie mura, non è difficile immaginare perché, un tempo, qualcuno potesse riconoscere in quel suono lontano il lamento della misteriosa Clerionessa, la donna che secondo la tradizione scomparve senza lasciare traccia e che, da allora, continua a vivere nei racconti della sua terra.
Una vicenda nella quale storia e leggenda si intrecciano fino a diventare quasi inseparabili, lasciandoci il ricordo di una donna realmente esistita, forse, di una masca secondo la tradizione e, soprattutto, di un mistero che Giaveno non ha mai dimenticato.
