Levone, dove le streghe hanno ancora un nome …

di Silvia Tonda

Nel cuore del Canavese, dove la pianura torinese comincia lentamente a incresparsi verso le prime alture alpine e piccoli borghi custodiscono testimonianze di un passato che sembra non avere mai abbandonato del tutto le loro strade, esiste un paese nel quale la parola masca non appartiene soltanto al mondo delle leggende, ma richiama una vicenda realmente accaduta, documentata e drammaticamente intrecciata alla storia di quattro donne vissute oltre cinque secoli fa.

È Levone, piccolo centro della Città Metropolitana di Torino, situato nel territorio dell'Alto Canavese, non lontano da Rivara, Forno Canavese e dalle vallate che si aprono verso le montagne del Gran Paradiso, un luogo nel quale la tranquillità del paesaggio agricolo, le antiche abitazioni e le testimonianze dell'architettura rurale sembrano contrastare con uno degli episodi più inquietanti della storia piemontese del Quattrocento.

Per comprendere ciò che accadde bisogna tornare all'agosto del 1474, quando quattro donne del paese, Antonia de Alberto, Francesca Viglone, Bonaveria Viglone e Margarota Braya, vennero accusate di praticare la stregoneria, di avere rapporti con forze demoniache e di essere responsabili di malattie, disgrazie e morti che avevano profondamente sconvolto la comunità.

Erano anni nei quali carestie, epidemie, precarietà alimentare e mortalità infantile rendevano particolarmente difficile la vita delle popolazioni rurali, mentre le conoscenze mediche erano limitate e il confine tra rimedi popolari, credenze religiose e superstizione appariva assai meno definito di quanto possiamo immaginare oggi. Quando una malattia colpiva una famiglia, quando il bestiame moriva improvvisamente oppure un bambino non sopravviveva, il bisogno di trovare una spiegazione poteva trasformarsi nella ricerca di un colpevole, soprattutto se qualcuno, per carattere, condizione sociale o conoscenze considerate insolite, appariva diverso dagli altri.

Tra le morti che alimentarono il clima di paura figuravano anche quelle di due figli del podestà Bartolomeo Pasquale, mentre nella ricostruzione della vicenda compare anche la famiglia dei Valperga di Rivara, signori del territorio, la cui autorità politica e feudale contribuiva a definire gli equilibri della comunità.

Non sappiamo con certezza se le quattro donne avessero effettivamente prestato cure ai bambini deceduti, come suggeriscono alcune ricostruzioni tramandate nel tempo, ma sappiamo che il sospetto si concentrò su di loro e che quelle accuse finirono per assumere una gravità terribile.

La vicenda di Levone presenta un elemento che la distingue da molte altre storie piemontesi di masche, spesso affidate quasi esclusivamente alla tradizione orale: in questo caso esiste una documentazione giudiziaria che consente di ricostruire buona parte degli avvenimenti, conservata ancora oggi presso l'Archivio di Stato di Torino.

Le quattro donne vennero condotte a Rivara, nelle carceri del castello dei conti Valperga, dove nell'estate del 1474 si insediò il tribunale inquisitoriale presieduto dal frate domenicano Francesco Chiabaudi, affiancato da Lorenzo Butini. Il procedimento si protrasse per circa tre mesi, durante i quali le imputate furono sottoposte a interrogatori e torture, nel contesto di una giustizia che attribuiva alle confessioni un valore determinante anche quando queste venivano ottenute attraverso la sofferenza fisica.

Le accuse comprendevano presunti patti con il demonio, partecipazioni a riunioni notturne, malefici contro persone, animali e raccolti, oltre alla responsabilità per la morte di molti bambini. Erano imputazioni nelle quali si mescolavano paure collettive, interpretazioni religiose e racconti che oggi riconosciamo come espressioni della cultura superstiziosa del tempo, ma che allora potevano determinare una condanna capitale.

Il 7 novembre 1474 Antonia de Alberto e Francesca Viglone furono arse vive in località Prà Quazoglio, nei pressi del torrente Malone, dopo essere state riconosciute colpevoli di eresia e consegnate al potere civile per l'esecuzione della sentenza.

Margarota Braya riuscì invece a fuggire, sottraendosi al destino delle compagne, mentre la sorte di Bonaveria Viglone rimane meno chiaramente documentata, tanto che le ricostruzioni storiche non consentono di attribuirle con certezza un epilogo analogo a quello delle altre due donne ma compare in successivi atti inquisitoriali.

È importante ricordare che l'Inquisizione non rappresentava semplicemente un'autorità religiosa impegnata a contrastare credenze popolari, ma un sistema giudiziario nel quale l'accusa di eresia poteva coinvolgere anche comportamenti interpretati come pratiche magiche o rapporti con il demonio. Nel caso di Levone, il tribunale ecclesiastico pronunciò il giudizio di colpevolezza, mentre la condanna a morte venne eseguita attraverso il cosiddetto braccio secolare, cioè l'autorità civile.

Quella distinzione giuridica, apparentemente formale, non cambiò naturalmente il destino delle condannate, ma aiuta a comprendere come potere religioso, autorità feudale e giustizia civile potessero concorrere alla persecuzione di persone già isolate dal sospetto e dalla paura.

La documentazione del processo è stata approfondita dallo studioso Pier Luigi Boggetto nel volume Le streghe di Levone, che ricostruisce il contesto politico, economico e sociale del Canavese medievale, contribuendo a distinguere le testimonianze storiche dalle successive elaborazioni leggendarie e soprattutto nella pubblicazione “Masche, le Streghe di Levone” uscito in occasione del Salone del Libro 2026 ad opera del Sindaco Massimiliano Gagnor e della Vicesindaca Laura Allice nella quale gli autori analizzano approfonditamente il contesto storico e territoriale dell’epoca anche in relazione ai processi immediatamente precedenti e successivi e guardando con un diverso approccio alle donne accusate di “mascharia”

La storia delle quattro donne non terminò con il processo, perché il loro ricordo continuò a vivere nella memoria collettiva, trasformandosi progressivamente in un insieme di racconti nei quali i fatti documentati si mescolarono con l'immaginazione popolare.

Nel Piemonte rurale la masca era una figura complessa, non necessariamente coincidente con la strega malvagia della rappresentazione letteraria, ma spesso associata a donne alle quali venivano attribuite conoscenze misteriose, capacità di guarigione, poteri di trasformazione oppure la possibilità di provocare disgrazie attraverso formule e malefici.

A Levone queste credenze hanno lasciato tracce particolarmente suggestive, tanto che alcune abitazioni conservano segni e simboli tradizionalmente interpretati come strumenti di protezione contro le influenze maligne, mentre nei racconti raccolti dagli studiosi compaiono luoghi che la popolazione associava ai presunti incontri notturni delle masche e persino donne vissute in epoche successive che venivano considerate eredi, o reincarnazioni, delle antiche streghe.

Tra i particolari più curiosi ricordati dalla tradizione locale figura una croce rovesciata accompagnata dalla data 1666, interpretata popolarmente attraverso il richiamo al numero 666, associato al demonio nella simbologia cristiana. Un dettaglio certamente suggestivo, sul quale è però necessario mantenere prudenza, perché l'interpretazione superstiziosa di un simbolo non dimostra che fosse stato realizzato originariamente con quel significato.

Sono proprio questi particolari a rendere interessante una visita al paese, dove le leggende non devono essere confuse con i fatti storici, ma possono essere ascoltate come testimonianze di un immaginario collettivo sopravvissuto attraverso generazioni di racconti familiari, paure, credenze e tradizioni.

Il fascino di Levone nasce anche da questa sovrapposizione: da una parte i documenti che raccontano una persecuzione realmente avvenuta, dall'altra le storie di masche che si riunivano lontano dagli sguardi, di presenze temute e di segni protettivi sulle case, in una campagna dove il paesaggio, soprattutto nelle giornate nebbiose dell'autunno, sembra prestarsi naturalmente al racconto del mistero.

È proprio dalla volontà di non lasciare che questa vicenda scompaia nella memoria che nasce “Levone 1474 – I Giorni delle Masche”, la manifestazione promossa dall'amministrazione comunale guidata dal sindaco Massimiliano Gagnor, che trasforma il borgo in un luogo di incontro tra ricostruzione storica, cultura, spettacolo e riflessione.

Ho avuto modo di parlare personalmente con il sindaco, che mi ha raccontato con evidente partecipazione quanto questa storia rappresenti per Levone non soltanto un episodio del passato, ma una parte importante della propria identità, da recuperare e trasmettere alle nuove generazioni attraverso iniziative capaci di coinvolgere residenti e visitatori.

L'appuntamento di novembre si inserisce in questo percorso di valorizzazione, appuntamenti ed incontri culturali, rievocazioni in costume, spettacoli teatrali, incontri dedicati alla storia dell'Inquisizione, mercatini di ambientazione medievale e attività rivolte anche alle famiglie, offrendo l'opportunità di conoscere il paese attraverso un'esperienza che unisce divulgazione storica e partecipazione.

Particolarmente suggestiva è l'idea di restituire alle vie del borgo l'atmosfera del Quattrocento, facendo rivivere antichi mestieri, abitudini e personaggi di un'epoca lontana, senza dimenticare che al centro della manifestazione rimane una vicenda umana tragica, la cui memoria merita rispetto prima ancora che spettacolarizzazione.

La ricorrenza del 7 novembre, istituita dal Comune nel 2023 come Giornata delle Masche, rappresenta il momento simbolico di questo impegno, ricordando la data nella quale Antonia e Francesca vennero condannate a una morte terribile.

Ma Levone non vuole essere soltanto una destinazione da visitare durante una manifestazione, perché il progetto di valorizzazione comprende anche un itinerario permanente, articolato in dieci tappe secondo quanto illustrato dall'amministrazione comunale, che permette di avvicinarsi ai luoghi simbolici della vicenda e di conoscere aspetti meno evidenti del patrimonio storico locale.

Camminare attraverso le strade del paese, osservare le abitazioni più antiche, soffermarsi sui segni lasciati sulle facciate e immaginare come potesse essere la vita quotidiana di una comunità rurale del Quattrocento significa scoprire una dimensione del territorio che difficilmente emerge attraverso i consueti itinerari turistici.

Il progetto “Sui passi delle streghe: storia e turismo nei luoghi dell'Inquisizione di Levone”, sostenuto dalla Fondazione Compagnia di San Paolo, coinvolge anche i territori circostanti e propone un modo diverso di conoscere il Canavese, valorizzando il paesaggio, la cultura locale e le testimonianze storiche attraverso forme di turismo attento e sostenibile.

A questo lavoro si aggiunge una produzione cinematografica particolarmente significativa, la docufiction Masche, le streghe di Levone, diretta da Andry Verga e realizzata con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte, che attraverso ricostruzioni sceniche e interventi di storici, antropologi e studiosi ripercorre il processo del 1474, interrogandosi sulle ragioni sociali, culturali e religiose che resero possibile quella persecuzione.

Il film ha intrapreso un percorso di proiezioni pubbliche, arrivando anche a Torino, dove il 16 ottobre 2026 è stato presentato al CineTeatro Baretti insieme all'omonimo libro di Massimiliano Gagnor e Laura Allice. Un ulteriore tassello di un'iniziativa che ha ormai superato i confini del piccolo paese, suscitando interesse per una storia che appartiene al patrimonio culturale di tutto il Piemonte.

La storia di Levone non è un episodio isolato, perché tra il Quattrocento e il Cinquecento numerose comunità alpine e rurali furono attraversate da persecuzioni per presunta stregoneria, spesso alimentate da condizioni economiche difficili, tensioni sociali e dalla ricerca di spiegazioni soprannaturali per avvenimenti che apparivano incomprensibili.

In Piemonte, per esempio, i processi di Rifreddo del 1495 costituiscono un'altra importante testimonianza di questo fenomeno, mentre oltre i confini regionali si ricordano le vicende di Saint-Denis, in Valle d'Aosta, e quelle assai note di Triora, nell'entroterra ligure, dove alla fine del Cinquecento una serie di accuse di stregoneria sconvolse la comunità.

Proprio nell'ottobre 2026 queste località, insieme a Miagliano nel Biellese, hanno dato vita a una rete di Comuni del Nord Ovest dedicata alla memoria dei processi per stregoneria, con Levone nel ruolo di capofila, creando un collegamento culturale e turistico tra territori diversi che condividono pagine dolorose della propria storia.

È un'iniziativa interessante anche perché permette di osservare come le figure delle masche, delle streghe e delle donne considerate depositarie di conoscenze misteriose abbiano assunto caratteristiche differenti a seconda dei territori, pur conservando elementi comuni legati alla paura dell'ignoto, all'emarginazione e al bisogno delle comunità di individuare un responsabile delle proprie disgrazie.

Nel corso della nostra conversazione, il sindaco Massimiliano Gagnor ha richiamato anche un aspetto che considero particolarmente importante: il significato contemporaneo di questa vicenda e il suo collegamento con le discriminazioni e le violenze che ancora oggi colpiscono le donne.

Naturalmente sarebbe storicamente improprio sovrapporre senza distinzioni i processi inquisitoriali del Quattrocento ai femminicidi contemporanei, perché differenti erano le strutture sociali, le istituzioni e le circostanze, ma esiste un elemento sul quale vale la pena riflettere, rappresentato dalla facilità con cui il pregiudizio può trasformare una persona in un bersaglio, soprattutto quando la sua condizione di fragilità o diversità la rende incapace di difendersi.

Le quattro donne di Levone, indipendentemente dalle loro personalità e dalle attività che svolgevano, furono travolte da un sistema nel quale sospetti e accuse potevano diventare verità giudiziarie attraverso la tortura, e ricordarle oggi significa anche interrogarsi sul rapporto tra giustizia, potere, credenze collettive e dignità umana.

È forse proprio questo il valore più profondo del lavoro che il Comune sta portando avanti, perché recuperare una pagina tanto dolorosa della storia locale non significa soltanto alimentare il fascino delle leggende o promuovere un territorio, ma restituire un'identità a persone che per secoli sono state ricordate soprattutto attraverso le accuse dei loro persecutori.

Levone merita quindi una visita non soltanto per la suggestione delle sue antiche case, per i racconti di masche e per le atmosfere che la campagna canavesana sa regalare, soprattutto in autunno, ma anche per quella particolare sensazione che si prova quando un luogo apparentemente tranquillo rivela una storia molto più complessa di quanto il suo aspetto lasci immaginare.

Un ringraziamento al sindaco Massimiliano Gagnor, alla sua amministrazione e a quanti stanno contribuendo a conservare e valorizzare questa memoria, dimostrando che anche un piccolo paese può custodire una vicenda capace di parlare a un pubblico molto più vasto.

Perché, alla fine, il mistero più inquietante di Levone non è quello delle streghe che la leggenda vuole presenti nelle campagne e nei boschi, ma quello di una società che, oltre cinquecento anni fa, arrivò a considerare colpevoli quattro donne senza avere le prove dei crimini che attribuiva loro.